TEMPI MODERNI recensione di CLAUDIA MARINELLI

Il sonoro entra nell’industria cinematografica nel 1926, dopo dieci anni Charlie Chaplin produce e dirige “Tempi moderni” scegliendo con coraggio di non far parlare i suoi personaggi se non per poche battute, e appare per l’ultima volta nei panni del vagabondo.
Perché dopo più di sette decadi dalla sua uscita, questo film muto è capace di toccarci ancora per la sua attualità e commuoverci per la sua poesia?

Charlot è un povero operaio che lavora in una catena di montaggio e ha un’unica mansione: avvitare bulloni per tutto il giorno. Minuto e spaesato rispetto ai suoi colleghi, non riesce a seguire i ritmi serrati del suo lavoro e finisce col disturbare i colleghi. Quando il direttore della fabbrica decide di aumentare la velocità della catena di montaggio, il povero Charlot non regge lo stress: perde la ragione e comincia ad avvitare tutto ciò che somiglia a un bullone come i bottoni della gonna della bella segretaria, i nasi degli altri operai e le manopole di un idrante. Poi si perde negli ingranaggi delle macchine. Recuperato infine viene spedito in un centro di igiene mentale e curato per esaurimento nervoso.


Dimesso dall’ospedale, ancora disorientato e solo, viene erroneamente scambiato per il capo di un gruppo di manifestanti e ingiustamente incarcerato. In prigione Charlot si trova bene, ma ingerisce per sbaglio una droga e sventa il tentativo di rivolta di alcuni carcerati ottenendo così la libertà e una lettera di presentazione del direttore del carcere.
Fuori dal carcere la recessione ha ridotto in povertà gran parte delle famiglie. Il padre di una monella ha perso il lavoro. La ragazza ruba cibo dalle navi attraccate al porto per sfamare i bambini del quartiere e le sue sorelline, ma non riesce a salvare il padre che muore in uno scontro tra manifestanti e polizia. Intervengono i servizi sociali per portarla, insieme alle sue sorelline, in un orfanotrofio, ma lei scappa.
Charlot nel frattempo, grazie alla lettera di presentazione, ha trovato lavoro in un cantiere navale dove si sta costruendo una grande imbarcazione. Desideroso di dare il meglio di sé vara per sbaglio la nave prima che sia finita combinando un disastro, e non gli rimane che auto licenziarsi. Di nuovo senza lavoro vaga per la città dove s’imbatte nella monella inseguita dai poliziotti per aver rubato un filone di pane. Charlot, colpito dalla ragazza, cerca di addossarsi la colpa ma non ci riesce. Decide però di tornare in galera dove almeno potrà mangiare e, per farsi arrestare, ordina del cibo per sé e per dei bambini da un self service, ma non paga. Viene arrestato e fatto salire su di un furgone dove ritrova la monella. Il furgone si ribalta e i due decidono di scappare perché Charlot desidera ora la libertà insieme alla ragazza.
In vagabondo ottiene un lavoro come guardia notturna in un grande magazzino grazie alla sua lettera di presentazione. Appena il negozio chiude fa entrare anche la monella. I due prima si sfamano nel reparto pasticceria, poi si divertono nel reparto giocattoli ed infine si riposano sul sontuoso letto del reparto arredamento. Tre ladri entrano nel negozio, ma uno di loro è un ex collega di Charlot, adesso disoccupato. Contenti di essersi ritrovati gli amici festeggiano con i vini del reparto alimentare. Il giorno seguente il vagabondo viene trovato addormentato e ancora un po’ brillo nel reparto stoffe. Portato in tribunale è condannato a 10 giorni di carcere.
Quando esce di prigione la monella lo porta alla catapecchia che ha rimediato, insieme sognano di vivere in una casa tutta loro piena di comodità e di cibo fresco. La notizia della riapertura delle fabbriche spinge Charlot a cercare lavoro. È subito assunto, ma ben presto altri scioperi e agitazioni porteranno alla chiusura della fabbrica. Ma la monella ora ha trovato lavoro come ballerina in un ristorante e chiede al suo padrone di assumere anche Charlot che dovrà essere un cameriere e un cantante. Come cameriere Charlot è abbastanza imbranato, ma la sua esibizione come cantante, il famoso pezzo della “Titina”, manda in visibilio i clienti del locale e gli assicura il posto fisso. Tutto sembra risolversi al meglio, ma due assistenti sociali hanno riconosciuto la monella durante la sua esibizione e vogliono portarla in orfanotrofio perché è ancora minorenne e a Charlot e la ragazza non rimane che scappare.
Li ritroviamo al bordo di una strada. La monella è affranta e ha perso la voglia di lottare e di vivere, ma Charlot l’abbraccia, la fa rialzare, le sorride e le dice di sorridere, le dice che in qualche modo riusciranno a cavarsela. Insieme, mano nella mano, s’incamminano verso l’orizzonte illuminato.

Il film esce nelle sale nel bel mezzo della grande depressione dovuta al crollo della borsa nel 1929. Il New Deal non aveva ancora fatto sentire i suoi effetti positivi e la delusione per le promesse infrante che il progresso industriale avrebbe dovuto portare, era ancora grande. L’avvento dell’industrializzazione di massa e la razionalizzazione del lavoro avevano coinciso con la disoccupazione e l’impoverimento di massa. Si producevano grandi quantità di beni a prezzi convenienti, ma pochi potevano permettersi di comprarli.

Charlie Chaplin, che aveva avuto un’infanzia difficile, cominciando a lavorare all’età di dieci anni, non poteva rimanere indifferente alle pene delle gente comune che non trovava lavoro e non riusciva a sfamarsi e a sfamare la propria famiglia. Sentì il bisogno di fare un film a sfondo sociale e per questo motivo intraprese, all’inizio degli anni ’30, un lungo viaggio attraverso l’ Europa. Negli Stati Uniti aveva visto la depressione ridurre in povertà una popolazione benestante in pochissimo tempo, in Europa trovò ancora Paesi attanagliati dalla povertà, dalla disoccupazione di massa e dai nazionalismi. Da questo lungo viaggio durato diciotto mesi egli raccoglie le idee per produrre “Tempi Moderni” il primo suo film a sfondo sociale. Nel 1931, infatti, dichiarava in un’intervista: “La disoccupazione è la questione primaria, le macchine dovrebbero migliorare la vita degli uomini, non seminare il panico e privarlo del lavoro.”
Se le macchine non migliorano la vita degli uomini a che cosa servono? È giusto dar loro il potere di distruggere parte della nostra umanità? È giusto osannare un progresso che non ci rende felici?
Certo il tema era difficile da trattare in un film perché più vicino alla Filosofia che all’arte. Solo una mente geniale poteva illustrare in modo così semplice e poetico, usando l’ironia della commedia e la leggerezza del sorriso, l’eterna lotta dell’uomo, piccolo, fragile e mortale, per migliorare la sua condizione umana.

Molte sono le tematiche affrontate nel film,la più importante è quella riguardante la disumanizzazione dell’uomo nell’economia moderna.
Per illustrare la disumanizzazione del lavoro Chaplin sceglie di produrre un film quasi interamente muto. A parte l’esibizione finale ne la “Titina” del vagabondo, la cui ambientazione è un ristorante, udiamo solo alcuni suoni e alcune battute recitate attraverso le macchine come le due frasi del direttore della fabbrica nel bagno, che ordina la vagabondo di tornare al lavoro attraverso un grande schermo, o il manuale d’istruzioni per la macchina, o ancora la radio.
La didascalia iniziale: “Tempi Moderni, una storia di industria, iniziativa individuale, e di umanità che si batte alla ricerca della felicità”, è subito seguita dall’immagine di un gregge di pecore bianche dove vi è un’unica pecora nera e quest’immagine è subito seguita, a sua volta, dalla visione di una fiumana di operai che esce dalla fabbrica. Gli uomini hanno perso la loro umanità per lavorare nelle fabbriche e sono simili alle pecore: passivi, senza speranze, non hanno più coscienza di se stessi. È questa dunque la felicità?
E che cosa è diventato l’uomo? Una risposta il regista cerca di darcela quando ci racconta la pazzia del vagabondo.
Il direttore della fabbrica aumenta il ritmo della catena di montaggio e Charlot impazzisce. Si mette a ballare spruzzando d’olio i suoi colleghi impegnati a lavorare. Per fermare il pazzo Charlot il capo reparto ferma la macchina. Tutti i personaggi allora, nel caos più completo, cercano di acchiappare il vagabondo che trova ora nella macchina il suo più potente alleato. Il vagabondo fa ripartire la catena di montaggio ed ecco che tutti i “sani” schiavizzati, si precipitano, senza riflettere, come dei robot, a lavorare con gesti meccanici. E Charlot, il pazzo che è riuscito a scappare alla tirannia della macchina, continua il suo esilarante balletto. Il potere delle macchine è così totalizzante che solo la pazzia riesce a liberarcene? Non è certo una soluzione auspicabile, la pazzia, eppure il film la propone con delicatezza, facendoci ridere.
Come, con altrettanta comica poesia, il regista ci dipinge l’uomo intrappolato dalla tirannia delle macchine nella famosissima scena dove vediamo il vagabondo scivolare tra gli ingranaggi dentellati della catena di montaggio, in un geniale effetto cinematografico che associa il vagabondo alla pellicola “presa” negli ingranaggi della macchina da presa. Il cinema è anche lui il prodotto delle macchine!
E dunque se le macchine possono essere di supporto all’arte, non possono di per sé essere portatrici solo di effetti negativi per l’umanità. Il film non è, a mio avviso, una condanna al progresso industriale di per sé, ma è una denuncia dell’utilizzazione delle macchine solo per produrre di più, solo per fini lucrativi. Una denuncia dell’avidità cieca degli uomini.

E che cosa è la felicità? Di che cosa abbiamo bisogno per essere felici?
Il film sembra dare una risposta semplice: quando mangiamo a sazietà, abbiamo una casa accogliente, un compagno o una campagna amorevoli possiamo essere felici. Il vagabondo e la monella sognano la casa ideale dove tutto è pulito, dove possono cogliere mele mature affacciandosi alla finestra e dove basta fare un fischio a una mucca perché si fermi davanti alla porta di casa e si faccia mungere, dando latte freschissimo. L’uomo e la donna siedono a tavola e mangiano sorridenti. Questa è la felicità per il vagabondo. Certo la scena ci fa sorridere perché le mucche non si fermano davanti alle case per farsi mungere, però ci illumina sul pensiero del regista. Possiamo immaginare l’infanzia difficile del Charlie Chaplin bambino senza genitori, della sua fame. Per lui la felicità è mangiare, avere del latte appena munto, assaporare una mela colta dall’albero.
E ancora com’è enfatizzata l’importanza del cibo quando la monella viene rincorsa per aver rubato un filone di pane, quando Charlot ordina un’incredibile quantità di cibo per sé e per dei bambini sapendo che non potrà pagare, per andare in prigione dove di sicuro mangerà, e quando, dopo la riapertura delle fabbriche, dà da mangiare al suo superiore adesso intrappolato nella macchina ferma, durante la pausa pranzo!
Bisogni primari la cui soddisfazione dà piaceri semplici. Il vagabondo ci fa riflettere su che cosa sia veramente importante nella vita.

Il film tocca un altro tema importante: la miopia, l’egoismo e la cattiveria dei servizi sociali, della polizia, della gente benestante. Si dovrebbe poter aiutare le persone in difficoltà e invece queste vengono intrappolate in un sistema disumanizzato. Il rapporto tra vagabondo e polizia è sempre stato problematico, lo abbiamo visto in molti film di Charlie Chaplin, ma in questo film la tematica suggerita è di più ampio respiro.
La monella viene allontanata dalle sue sorelline. Le bambine hanno perso entrambi i genitori, è una cattiveria dividerle, ma nessuno si pone il problema e la monella scappa quando capisce che comunque perderà le sorelle. Una signora benestante vede la monella rubare un filone di pane, non prova compassione, chiama subito il poliziotto per denunciare il furto. Il poliziotto non riflette neanche un secondo, non prova compassione e insegue una ragazzina vestita di stracci e scalza che ha rubato solo per fame.
Come risolvere il problema del cibo?
Ancora una volta il vagabondo si serve del “sistema istituito” per trovare la soluzione. Ordinando un’incredibile quantità di cibo per sé e dei bambini altrettanto affamati, sapendo che non potrà pagare, viene arrestato e sarà portato in prigione dove mangerà senza dover lavorare. A che serve imprigionare la gente che ruba per fame? Il sistema stesso è assurdo: si dà da mangiare gratuitamente in prigione alle persone che rubano solo per mangiare.
Quanta miopia e quanta assurdità nel sistema costituito!

Perché questo film è ancora attuale?
Il vagabondo diventa in questo film uno dei milioni di disoccupati le cui preoccupazioni non sono poi così diverse dalle nostre al giorno d’oggi: disoccupazione, povertà, scioperi, ineguaglianze economiche, tirannia delle macchine.
E anche se oramai il lavoro a catena interessa una parte minima della forza lavoro che oggi è impegnata maggiormente nel settore terziario, quello dedicato ai servizi, grazie anche alle conquiste dell’ingegneria automatica, le macchine dominano la nostra vita e le nostre economie.
Potremmo pensare che siamo “cresciuti”, cambiati in più di settant’anni e che i problemi di disumanizzazione siano risolti.
Se così fosse “Tempi Moderni”, pur rimanendo una grande opera d’arte, ci sembrerebbe affrontare tematiche superate. Invece il film è così attuale!
In questo terzo millennio, la tecnologia, le macchine tra cui il computer, sono entrate a far parte della nostra vita quotidiana, con una facilità sorprendente. Questo ha portato dei notevoli vantaggi, come il poter comunicare in qualsiasi momento con qualsiasi parte del globo a costo irrisorio (penso al programma skype), oppure riuscire a trovare informazioni in modo rapido senza spostarsi da casa (con la rete internet) anche a costi irrisori (penso al semplice canone mensile che paghiamo per collegarci alla rete).
Altre macchine hanno migliorato la nostra qualità e la nostra “quantità” di vita, penso ad esempio alle conquiste della Medicina nella diagnostica precoce di certe malattie grazie agli ecografi, la risonanza magnetica e la TAC.
Dunque le macchine oggi non fanno parte solo del nostro mondo lavorativo, come nel 1936, ma hanno invaso le nostre case, le nostre borse perfino le nostre tasche (penso ai cellulari, iPod ecc…).
Siamo più felici? Abbiamo riguadagnato o perso ulteriormente parte della nostra umanità per causa delle macchine? Siamo senza problemi di lavoro?
La crisi che attanaglia le nostre economie dal 2008 risponde negativamente all’ultima domanda, mentre è più difficile rispondere alle due precedenti domande.
Potrei qui scrivere ancora pagine e pagine di argomentazioni in favore o a sfavore della crescente invasione delle macchine nella nostra vita e lunghe disquisizioni su che cosa significhi essere felici.. Rimando dunque al desiderio di approfondire e di riflettere all’argomento di chi mi legge che potrà documentarsi facilmente, ancora attraverso questa macchina con la quale sto anch’io scrivendo, per formarsi un’opinione personale.
Ciò che penso sia da ammirare ancora in questo “vecchio” film, è di aver saputo sconfiggere la vecchiaia riuscendo ancora a commuoverci a farci ridere interrogandoci sul profondo senso della nostra vita e della nostra condizione di uomini mortali, esili e piccoli, ma grandi e forti, come solo un’opera d’arte ha la capacità di fare.

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JEUX INTERDITS – GIOCHI PROIBITI recensione di CLAUDIA MARINELLI

 
Regia: René Clément
Produzione: Robert Dorfmann
Sceneggiatura: Jean Aurenche, René Clément, Pierre Bost
Soggetto: dal romanzo di François Boyer
Fotografia: Robert Juillard
Montaggio: Roger Dwyre
Musica: Narciso Yepes
Scenografia: Paul Bertrand
Anno di produzione: 1952
Interpreti: Georges Poujouly, Brigitte Fossey, Francis Gouard, Lucien Hubert, Suzanne Courtal
Durata: 86 minuti
Premi: Leone D’Oro alla Mostra Internazionale di Venezia 1952, BAFTA miglior film, Oscar al
            Miglior film straniero 1953

 

Giugno 1940: i nazisti invadono la Francia e gruppi di civili lasciano le città per raggiungere le campagne.  In quest’esodo epocale la piccola Paulette (Brigitte Fossey) di cinque anni  perde i suoi genitori e il suo cagnolino, falciati dalle raffiche delle mitragliatrici di un raid aereo.  La bambina capisce all’istante la tragedia che l’ha colpita ed erra desolata nella campagna con il suo piccolo cane morto in braccio fino a quando incontra Michel Dollé (Georges Poujouly) un contadino di qualche anno più grande di lei, che la porta a casa sua. Il padre di Michel non vuole una bocca in più da sfamare in una casa dove c’è anche un grave ferito, il primogenito Georges, colpito malamente dal calcio di un cavallo, ma accetta la nuova venuta per paura che i suoi odiati vicini, i Gouard ai quali Michel minaccia di portare Paulette, si prendano il merito di averla adottata. La bambina è accolta benevolmente dalla nuova famiglia, e stringe subito con Michel una profonda amicizia. Michel però la informa che i suoi genitori sono stati buttati in una fossa comune e Paulette impaurita si preoccupa per il suo cagnolino che ha lasciato per strada. Il giorno seguente i bambini seppelliscono il cane in un vecchio mulino abbandonato e Michel mette una croce sulla fossa del cagnolino. Nasce così l’idea di costruire un cimitero per gli animali morti di modo che stiano tutti insieme per non annoiarsi, e per non bagnarsi, aggiunge Paulette. Da quel momento in poi la costruzione del cimitero per gli animali e l’abbellimento delle tombe con delle croci sarà l’occupazione principale dei due bambini.  Non contento delle croci che fabbrica da solo e insoddisfatto dei pochi animali che trova morti, Michel comincia ad ammazzare insetti e pulcini, talpe e topi per poi seppellirli con l’aiuto di Paulette nel vecchio mulino e abbellirne le tombe con le croci che riesce a rubare prima al carro funebre che trasporta la bara di suo fratello, che spira a casa poco dopo l’arrivo di Paulette senza che un medico l’abbia mai curato, perché troppo impegnato dalle vittime dei bombardamenti, e poi al cimitero del paese.

I bambini vengono scoperti e Michel scappa di casa. La famiglia Dollé cerca di estorcere a Paulette il nascondiglio delle croci, per paura di conseguenze legali da parte dei proprietari delle tombe derubate, ma Paulette non tradisce il suo più caro amico. Infine papà Dollé acchiappa Michel tornato di nascosto a casa e lo insegue per la stalla ma viene interrotto dall’arrivo della polizia. Tutti pensano ad una azione legale da parte di chi, nel paese, è stato derubato delle croci, ma ben preso si capisce che i gendarmi sono venuti a prendere Paulette per portarla all’orfanotrofio. Michel allora fa giurare al padre che terrà la bambina se lui rivelerà il nascondiglio delle croci, ma appena il bambino indica il vecchio mulino, ecco che papà Dollé firma il suo consenso per il trasferimento della piccola Paulette. Michel furioso va la mulino dove rompe e getta tutte le croci, mentre ritroviamo Paulette in una grande stazione affollata, sola che cerca la sua mamma e Michel.

“Giochi proibiti” è un film delicato e toccante sulla crudeltà della guerra,  della morte e la precarietà della vita.

Crudele è la guerra che strappa i genitori a una bambina indifesa, che ammazza civili innocenti in fuga, ma crudeli sono anche i bambini che ammazzano gli animali per poterli seppellire, come crudeli sono gli adulti che circondano i bambini.

In un mondo dove la morte è “a portata di mano” gli adulti non riescono più a versare lacrime per il troppo, ma di fronte alla tragedia epocale che si dipana davanti ai loro occhi, non sono capaci di dimenticare le piccole beghe e piccinerie quotidiane tra vicini. In un mondo simile, quale gioco potevano inventare dei bambini per “adeguarsi”?

Il gioco è macabro, assurdo a ben pensarci, ma il regista ci racconta una rara delicatezza gli sforzi dei bambini per “convivere” con la morte e con la tragedia che si è abbattuta sulle loro vite.

I bambini sono crudeli, ma tolgono la vita a degli animali, gli adulti invece non giocano, e ammazzano i loro simili tra i quali anche bambini innocenti.  I bambini sotterrano animali morti, ma sono i “grandi”, gli adulti che giocano a fabbricare la morte costruendo cimiteri sconfinati dove le croci sembrano allora prive di senso, quasi una beffa.

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Il film è stato girato tra il 1951 e il 1952, quando il ricordo degli orrori della Seconda Guerra Mondiale era ancora vivo nella mente delle popolazioni europee. Merito di René Clément e degli sceneggiatori è di aver saputo guardare agli orrori della guerra, portatrice di distruzione e di morte, attraverso gli occhi di due bambini che con una logica ferrea si adeguano al mondo degli adulti.  Anche le riprese, quasi sempre ad altezza di bambino, danno a tutta la vicenda narrata una prospettiva particolare.

Molti sono gli spunti di riflessione che ancora, a distanza di sessant’anni, ci colpiscono per la loro attualità.

Come reagisce il mondo degli adulti alla catastrofe che li sta distruggendo? Con freddezza, ognuno cerca di salvare il possibile e nessuno si aiuta veramente.

I bambini sono vittime di una guerra insulsa, non la capiscono ma ne sono colpiti senza pietà. La macchina dei genitori di Paulette si era fermata in mezzo alla strada ed è stata spinta in un prato perché impediva  alla gente in fuga di procedere. Nessuno si è preoccupato di aiutare la famiglia in difficoltà e per questo i genitori si sono trovati sotto le raffiche dei mitra tedeschi.  Quando Paulette perde i genitori, più che disperata, sembra stupefatta di vedere il corpo inerme della mamma vicino a lei, le tocca la faccia per sentirne il calore poi prende il cagnolino ancora tremante e rimane confusa, al bordo della strada.  Nella baraonda di gente che dopo il raid si accalca per passare il ponte la bambina è quasi travolta e “raccattata” da un signore che la issa sul suo carro. La donna accanto alla quale Paulette si siede le getta il cagnolino morto nel fiume senza la minima pietà. Quando Paulette scende dal carro e scappa le persone che l’avevano presa sul carro non la cercano. E non per pietà o compassione Paulette viene accolta nella famiglia Dollé, ma per paura che lei cerchi rifugio presso gli odiati e invidiati vicini dei Dollé, che potrebbero ricevere dall’adozione una medaglia.  Chi sono dunque questi adulti? Dove è finita anche la minima empatia?

René Clément è stato accusato di aver fatto della polemica anti religiosa in questo film, e di aver ridotto la religione  solo al suo aspetto esteriore. Nessun personaggio ha la benché minima comprensione dei profondi valori religiosi, primo di tutti il prete che, quando incontra Paulette che gli dice che i suoi genitori sono morti, si limita a farle recitare delle parole, ma non “spende” neanche un secondo per partecipare al dolore della bambina. Mentre Georges muore viene chiesto a Michel di recitare delle preghiere, e il bambino recita un miscuglio di parole prese da diverse preghiere, ma nessuno se ne accorge. Papà Dollé il giorno del funerale è ben più preoccupato dell’aspetto del carro funebre e neanche entra in chiesa per assistere alla funzione per il figlio morto, mentre si arrabbia tantissimo quando scopre che al carro sono state rubate le croci. Non credo che il regista abbia voluto attaccare la religione in quanto tale, ma sono sicura che abbia denunciato una visione superficiale, approssimativa e ipocrita dei veri valori religiosi.

Il film si intitola “Giochi proibiti”, ma quali sono dunque questi giochi? 

“Il gioco proibito è la guerra” ha detto René Clément, ma nessuno lo vieta, anzi! Di fronte a tutti i morti provocati dalla guerra,  a tutte le croci che i vivi piantano nella terra, il cimitero dei bambini sembra una quisquiglia che può forse solo far amaramente sorridere. La morte, la vita, l’amicizia e l’amore sono così legati tra di loro che i bambini non ne vedono quasi la differenza. E così’ Michel ammazzerà gli animaletti per compiacere a Paulette, perché le vuole bene e quando Paulette lo vedrà ammazzare con una matita uno scarafaggio comincerà a piangere, ma Michel le dirà: “Non sono stato io, è stato l’aereo che mimavo che l’ha ammazzato”.

Il film ci fa sorridere alle volte, ridere altre, e anche piangere perché  il passaggio dalla vita alla morte è così “semplice” e così  assurdo e così reale che anche noi spettatori riusciamo a “inquadrare” il mondo con gli occhi attenti dei bambini. Come loro ci sentiamo impotenti e capiamo perché “giocare” con la morte, in un mondo  precario e devastato dalla guerra, diventa rassicurante. In fondo i cimiteri sono forse diventati i soli luoghi “sicuri”  e sensati. 

Meritevole la musica, diventata un classico famosissimo, è molto “giusta” per il film e “arreda” di gentilezza e di tristezza la trama del film e l’affetto dei due bambini.

Il film vinse l’oscar per il miglior film straniero, il Gran Premio a Cannes e il Leone d’Oro alla mostra di Venezia, di certo tre riconoscimenti più che meritati.

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PAYCHECK – recensione di CLAUDIA MARINELLI

Regia: John Woo
Soggetto: tratto dal racconto di Philip K. Dick “I labirinti della memoria”
Sceneggiatura: Dean Georgaris
Musica: John Powell, James McKee Smith, John Ashton Thomas
Montaggio: Kevin Stitt, Christopher Rouse
Scenografia: William Sandell
Effetti speciali: Craig Barnett, Al Di Sarro, Tim Walkey
Fotografia: Jeffrey L. Kimball, Larry Blanford
Interpretiti: Ben Affleck, Uma Thurman, Aaron Eckhart, Paul Giamatti,
Genere: Fantascienza/thriller/azione
Produzione: U.S.A. 2003
Durata: 119 minuti
 

            I racconti e i romanzi di Philip K. Dick, uno dei maggiori scrittori di fantascienza, sono stati spesso portati sul grande schermo con successo, ricordiamo infatti “Blade Runner” tratto dal romanzo “Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?”, “Minority Report” e molto altri.

Anche “Paycheck” è tratto dalla novella “I labirinti della memoria” che Dick scrisse all’inizio degli anni ’50 e pubblicò per la prima volta nel 1953.

   Siamo in un vicino futuro e Michael Jennings (Ben Affleck) è un brillante ingegnere “al contrario”. Smonta pezzo per pezzo i componenti dei computer fabbricati da aziende concorrenti, per capirne i segreti e ricostruirli potenziati e con prestazioni aggiuntive. È molto richiesto e pagato profumatamente, lavora nella massima segretezza, quando accetta un lavoro nel contratto c’è una clausola che lo obbliga a farsi cancellare la memoria a breve termine, quella riguardante il tempo passato alla realizzazione del singolo progetto. Il suo amico Shorty (Paul Giamatti), con una macchina capace di estrarre i ricordi dal cervello, gli brucia i singoli neuroni.

Michael viene contattato dalla multinazionale di Rethrick (Aaron Eckhart), un suo amico, per un progetto “top secret” che durerà tre anni, al termine dei quali Michael dovrà farsi cancellare la memoria del tempo passato presso la corporation attraverso l’uso di sostanze chimiche iniettate nel corpo. Michael accetta per una cifra a sei zeri e si ritrova dopo tre anni senza alcun ricordo del lavoro che ha svolto, ma con un assegno di 92.000.000 di dollari. Grande però è il suo stupore quando va a ritirare la somma: lui stesso ha ordinato che al posto della somma stabilita gli venga data una busta contente un insieme di oggetti che lui non riconosce come suoi. Ancora incredulo e indeciso sul da farsi viene catturato dall’FBI che gli vuole estorcere informazioni sul suo lavoro presso Rethrick con la macchina che permette di estrarre i ricordi dal cervello, ma riesce a scappare grazie ad alcuni oggetti contenuti nella busta: un sigaretta, un paio d’occhiali e un biglietto dell’autobus. Rifugiatosi in un hotel osserva attentamente gli oggetti rimasti nella busta e intuisce che siano di vitale importanza per lui, chiama un suo vecchio amico Shorty e, mentre i due stanno parlando in una stazione della metropolitana, Michael scopre che i numeri scritti su di un biglietto all’interno della busta altro non sono che i numeri appena estratti della lotteria. Jennings capisce allora che il suo lavoro presso la Rethrick ha avuto in qualche modo a che fare con il predire il futuro. Ma i sicari di Rethrick e l’FBI gli stanno addosso e ancora Michael riesce a salvarsi grazie a un oggetto dentro la busta. Nel frattempo Rethrick,che aveva programmato la morte di Michael, capisce che Michael ha guardato nel suo futuro attraverso la macchina che lui stesso ha costruito, e cerca di avviarla, ma la macchina non parte  perché Michael vi ha inserito un virus. La macchina che Michael ha costruito è una lente dotata di un potente laser che sfrutta la curvatura dell’universo e permette di vedere il futuro, ma non permette di viaggiare nel tempo, possibilità esclusa anche da Einstein. Rethrick allora coinvolge Rachel (Uma Thruman), una biologa impiegata da Rethrick che, nei passati tre anni era diventata la ragazza di Michael, per usarla come esca e trovare l’ingegnere. Rachel però capisce di essere usata e trova Michael. L’ingegnere non la ricorda ma si fida di lei. Michael scopre attraverso un altro oggetto della busta, che ha costruito una macchina capace di vedere il futuro. La sua invenzione avrà conseguenze catastrofiche per l’umanità e l’ingegnere decide di distruggerla. Con l’aiuto di Rachel e altri oggetti nella busta rientra nel campus della multinazionale riuscendo a evitare i sicari di Rethrick e gli agenti dell’FBI per arrivare alla macchina del futuro,  distruggerla, far sì che una pallottola che avrebbe dovuto ucciderlo colpisca Rethrick, e scappare senza lasciare tracce. Ritroviamo poi Michael e Rachel felici proprietari di una serra. Shorty li raggiunge, ha la gabbia di uccelli cari a Rachel, all’interno della quale Michael ha  nascosto il biglietto vincente della lotteria.

     Il film è divertente da vedere e tiene alta l’attenzione degli spettatori grazie alla valida sceneggiatura, che non presenta “buchi” di trama, e all’abile direzione del regista.

John Woo, regista originario di Hong Kong, è diventato famoso per la capacità di combinare  drammi umani con scene di azione e di violenza. Non ci stupisce dunque che abbia deciso di far diventare la sceneggiatura di Dean Georgaris un valido film d’azione che diverte, intrattiene, dandoci anche qualche spunto di riflessione.

Il racconto di Dick, come tutta l’opera dello scrittore, indaga sul significato del nostro essere “coscienti” di chi siamo, essere consapevoli della nostra “condizione umana”. Il racconto “I labirinti della memoria” si domanda cosa saremmo se non avessimo memoria. I ricordi sono responsabili delle nostre azioni presenti e future. Il racconto inoltre ha anche un risvolto politico. Il mondo dove si muove Jennings è diviso in grandi blocchi, le grandi multinazionali e i governi totalitari tengono in mano il potere politico ed economico. L’ingegnere deve superare un insieme di “prove” con l’aiuto degli oggetti misteriosi e rientrare all’interno della multinazionale dove prevede di prenderne la direzione. Scoprirà però che Rethrick ha voluto la costruzione della macchina per poter restaurare la democrazia e non intende cedere il suo potere.  Jennings però aveva visto anche la vera faccia del  capo della multinazionale e programmato la macchina per girare tutta la situazione a suo favore, facendo intuire un lieto fine famigliare: egli infatti sposerà Kelly, la figlia di Rethrick e  terrà le redini della compagnia. Dunque nel racconto di Dick, Rethrick è un “falso cattivo” e, se Jennings all’inizio vuole solo salvarsi, si trasforma in un eroe che salverà il mondo dal totalitarismo, insieme al capo della multinazionale.

Il film purtroppo elimina la “sopresa” finale del racconto, ma lo sceneggiatore non poteva fare altrimenti, in quanto ha ambientato la storia in un prossimo futuro dove la situazione politica sembra essere del tutto uguale a quella odierna. Dean Georgaris ha così scelto si far diventare Rethrick e i suoi sicari i “cattivi proprio cattivi” che vogliono controllare le sorti del mondo, mentre alcuni agenti dell’FBI sono solo “cattivi a metà” in quanto unicamente interessati a recuperare la macchina per il governo americano. Una parte degli agenti dell’FBI invece sembra essere più “buona” perché preoccupata delle sorti di Jennings, inizialmente interessato ai soldi, ma capace di diventare l’eroe solitario che non ha paura di sacrificarsi per salvare il mondo. Capiamo perché John Woo abbia amato questa trama che tratta uno dei suoi temi preferiti: lo scontro tra il bene e il male e come “sotto trama” la perdita degli affetti. Jennings si è fatto cancellare la memoria e non può ricordare l’amore della sua vita. Bella la scena del confronto tra Rachel e Michael, rifugiati in un albergo dopo essere scampati all’ennesimo inseguimento di FBI e sicari di Rethrick: lei lo conosce, sa cosa ama indossare, gli ha portato i suoi vestiti preferiti, lui invece non la ricorda e per lui  si tratta del primo incontro, non sa bene cosa fare, mentre lei vorrebbe il calore dell’affetto che lui le aveva dato.

Non mancano spunti di riflessione ben inseriti nei dialoghi. Quando Jennings capisce infine di aver inventato una macchina per vedere il futuro riflette a ciò che l’invenzione possa significare per l’umanità. Che cosa diventeremmo se potessimo sapere tutto ciò che ci accadrà? E se qualcuno potesse prevedere il futuro, se avesse questo immenso potere, che ne sarebbe del mondo? Il film risponde con chiarezza: il mondo andrebbe incontro a delle catastrofi ma non sappiamo bene come e perché, ma il risvolto catastrofico è funzionale alla trama: senza le catastrofi non ci sarebbe la necessità per Jennings di distruggere la macchina e dunque il film non potrebbe avere una conclusione valida. Michael, tra un inseguimento e l’altro, riflette e si dice: “Se riveli a qualcuno il suo futuro, non avrà futuro. Se elimini il mistero elimini anche la speranza.” E noi aggiungiamo: la speranza di poterlo cambiare.  Non è forse proprio perché non sappiamo il nostro futuro, che  continuiamo a sperare di poterlo cambiare? E riusciamo a realizzare i nostri sogni futuri proprio perché non sappiamo se saremo capaci di realizzarli nel presente, ma lavoriamo sodo per raggiungere i nostri obiettivi.

Da notare anche le belle “trovate” della scenografia per suggerire allo spettatore il tema del film come ad esempio l’inserimento, tra i soprammobili a casa di di Jennings, di una mano in ceramica dove vi sono segnate tutte le linee per la lettura chiromantica. L’idea della chiromanzia è suggerita nuovamente quando i personaggi consultano la macchina che prevede il futuro: essi devono infatti poggiare il palmo della mano destra su di un palla che sembra leggere le linee della mano.

La storia è forse un po’ scontata, ma la trama rimane pur sempre coerente e incalzante, corredata da begli effetti speciali e una regia brillante. Ritroviamo tutti i trucchi cari al regista: l’uso del rallenti, la capacità di suggerire inquietudine attraverso i movimenti della macchina da presa, sullo stile di Hitchcock, l’uso delle arti marziali, gli inseguimenti mozzafiato, e il dispiegamento di un numero incredibile di attori solo, ad esempio, per riprendere un personaggio che fa scivolare il tesserino di riconoscimento per aprire la porta dove sta la famigerata macchina del futuro.

Il film intrattiene e diverte, ci fa dimenticare per due ore la nostra quotidianità e ci fa saltare a piedi pari nel mondo dell’immaginario. Parteggiamo subito per Michael Jennings, rimaniamo incuriositi da come riuscirà ad usare tutti gli oggetti della busta e godiamo divertiti degli inseguimenti e delle sparatorie dove i “cattivi” periscono con facilità, mentre i “buoni” attraversano indenni piogge di proiettili. Siamo a Hollywood! Il mondo dove tutto è possibile e dove i sogni diventano realtà… John Woo non l’ha certo scordato.

 

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IL PRANZO DI FERRAGOSTO – recensione di CLAUDIA MARINELLI

Regia: Gianni Di Gregorio
Soggetto: Gianni Di Gregorio
Sceneggiatura: Gianni Di Gregorio
Montaggio: M. Spoletini
Scenografia: Daniele Cascella
Fotografia: G. Bianco
Musica: Ratchev & Carratello
Genere: Commedia
Cast:  Gianni Di Gregorio, V. De Franciscis Bendoni, A. Santagata, M.Cicciotti, M. Calì, G.Cesarini Sforza, Luigi Marchetti
Produzione: Italia 2008
Durata: 75 minuti
 

            Siamo in un quartiere del centro di Roma alla vigilia di un torrido Ferragosto. Gianni, uomo di mezz’età, con il vizio de bere, non ha altro lavoro che quello di accudire l’anziana madre,  Donna Valeria, alquanto oppressiva e capricciosa. Madre e figlio abitano in quello che un tempo doveva essere stato un bell’appartamento ormai decaduto e sono pieni di debiti. La vita di Gianni trascorre regolare e senza più sogni  tra le faccende domestiche, le visite all’osteria sotto casa e le chiacchiere con Vichingo, che gironzola per il quartiere.

Ma ecco che alla vigilia di Ferragosto arriva a casa di Gianni,  Alfonso, l’amministratore del palazzo, per riscuotere le numerose rate insolute di condominio.  Gianni farfuglia rispose evasive. L’amministratore allora gli propone di cancellare tutti i suoi debiti a condizione che Gianni ospiti sua madre fino alla sera del giorno dopo, perché lui possa raggiungere la sua famiglia alle terme. Gianni si vede costretto ad accettare non solo la mamma di Alfonso, Marina, ma anche la zia Maria, un’arzilla vecchietta con problemi di memoria, che Alfonso, a tradimento, gli porta in casa insieme alla madre. Gianni accusa un malore e chiama il suo medico, Marcello, che lo visita e lo rassicura e gli chiede di potergli portare anche la sua di madre per la notte e il giorno dopo, visto che lui è di turno in ospedale e non la può lasciare da sola per troppo tempo. Così Grazia, la mamma del medico, si aggiunge alla compagnia.

Le quattro donne hanno tutte caratteri diversi ed impiegano qualche ora prima di prendere confidenza le une con le altre, e con la nuova situazione, mettendo Gianni in difficoltà. La zia Maria si piazza in cucina per confezionare la pasta al forno, Marina vuole avere la televisione tutta per lei, Grazia, che deve seguire una dieta rigorosa, si abbuffa prima di mortadella e poi  della pasta fatta dalla zia Maria appena Gianni abbassa un po’ l’attenzione, mentre Donna Valeria vorrebbe spettegolare in disparte delle nuove arrivate con il figlio e si rifiuta di mangiare con loro.  Gianni è frastornato, si adopera al meglio per soddisfare le esigenze delle quattro arzille vecchiette, ritrova Marina che arrabbiata per la mancanza della televisione è scappata di casa, ed infine riesce a metterle tutte a letto. Il giorno seguente le quattro signore si svegliano felici di essere in compagnia, e si aspettano il rituale pranzo della festa estiva. A Gianni non rimane che farsi trascinare dai preparativi della festa, con l’aiuto di Vichingo trova del pesce e confeziona  un pranzetto con i fiocchi. L’esuberanza, la voglia di vivere e di divertirsi, di condividere i piaceri della tavola e del buon vino, delle quattro signore travolgono Gianni che quasi non riesce a star dietro alla loro vitalità. Il pranzo di Ferragosto è un vero successo, Valeria ha apparecchiato con la tovaglia ricamata, piatti di un bel servizio, bicchieri di cristallo e fiori, zia Maria si è agghindata con un cappello di Valeria, e Marina e Grazia si sono vestite a festa, mentre Gianni  e Vichingo hanno cucinato il pesce al forno. Quando arriva la telefonata del medico alla fine del pranzo  che verrà presto a riprendersi la mamma, tutte sono deluse e tristi. Gianni fa la valigia di Grazia, ma quando arriva l’ora di partire ecco che le anziane signore metteranno in mano a Gianni un bel po’ di soldi e lui non potrà rifiutare di tenerle ancora  a casa sua.

Il film prende spunto dall’esperienza personale del regista sceneggiatore, Gianni Di Gregorio, al quale l’amministratore del suo condominio aveva veramente offerto di tenere la madre. Offerta da lui rifiutata nella realtà. Probabilmente l’originale rifiuto ha generato ripensamenti, e così il regista, chiedendosi “Che cosa sarebbe successo se avessi accettato?” ha costruito la trama di questa garbata e coraggiosa commedia sulla vecchiaia.

Gianni Di Gregorio, sceneggiatore e regista, che recita la parte di Gianni, e Alfonso Santagata, nella parte dell’amministratore, sono gli unici attori professionisti. E se il resto del cast è catalogato come “non professionista”, di certo nessun attore e nessuna attrice risultano non all’altezza del ruolo a loro assegnato.

Di Gregorio ha scelto le attrici per la loro spontaneità e la loro verità.  In effetti, la “quaterna” femminile non poteva essere più riuscita, sia per i fisici completamente diversi, Donna Valeria ha ancora un portamento aristocratico, in netto contrasto con l’incedere un po’ goffo e pesante della Zia Maria ad esempio, sia per i toni delle voci, come quello dolce e pacato di Grazia in contrasto con le tonalità più acute di Marina.

Bella l’ambientazione: la casa antica, in un palazzo d’epoca, con alcuni mobili d’antiquariato anche belli, e altri più dozzinali, in una Roma quasi deserta e caldissima, con finestre spesso chiuse a oscurare le stanze, ben si presta al dipanarsi della storia. Quelle stesse finestre, una volta aperte durante il pranzo di ferragosto, faranno entrare la luce prepotente dell’estate, dando all’ambientazione la gioia  e il calore che il cibo condiviso porta a tutti i commensali.

In soli 75 minuti, Gianni Di Gregorio riesce a raccontare una storia leggera eppure profonda, divertente ma anche amara aprendo uno squarcio sul mondo della terza età e obbligandoci a riflettere su che cosa significhi essere anziani.

Con dialoghi brillanti e ben costruiti, pause funzionali alla storia, personaggi realistici e soprattutto coerenti, il film ci intrattiene e ci diletta per lo sguardo amorevole e un po’ disilluso del regista verso un mondo che spesso viene volutamente dimenticato, e forse anche mal capito.

Le quattro donne sono quattro anziane diverse di carattere, eppure ancora così vitali!

Donna Valeria la nobildonna decaduta, che si trucca un viso solcato di rughe con mani deformate dall’artrite, per farsi bella con le sue ospiti, dapprima vuole rimanere sul suo piedestallo e neanche esce dalla sua camera per salutare le nuove arrivate, ma poi capisce che la compagnia vale ben di più dei suoi titoli nobiliari, e accetta le nuove amicizie con la grazia dei bambini. Invita le ospiti a prendere una camomilla in camera sua, adatta un suo cappello alla Zia Maria, che è ben felice della nuova acconciatura, rende la tavola accogliente apparecchiandola in modo perfetto e ornandola di fiori. Zia Maria, con il fisico un po’ tozzo quasi da contadina, si preoccupa di fare da mangiare, come probabilmente ha sempre fatto nella sua vita, e impartisce istruzioni culinarie a Gianni che non si sogna neanche di contraddirla. Grazia, dolce e gentile, accetta la situazione di “mamma abbandonata” con serenità, mangia la cena a base di verdure che le ha preparato Gianni, ma si vede che muore dalla voglia di gustare la pasta al forno della Zia Maria e, appena può, la ruba di notte dal frigo. Scoperta da Gianni, non si scompone, e con la sua serafica dolcezza, chiede, mentre l’uomo le toglie il piatto:  “Ancora un pezzettino?” Ed infine Marina, esuberante, ancora ben in carne, accentratrice di attenzione e despotica almeno quanto Donna Valeria, all’inizio rifiuta la sua situazione e lo dimostra con i suoi capricci, chiudendosi a chiave in salone e poi scappando di notte agghindata con una gonna lunga di organza. Ritrovata da Gianni sul lungotevere seduta a un tavolino che fuma e beve, si lascia convincere di ritornare a casa e quasi flirta con il padrone di casa.

Niente si è perso delle rispettive personalità con l’avanzare degli anni.  Queste donne sono anziane, ma hanno ancora aspirazioni, bisogni, idee precise sul come fare le cose, e soprattutto una gran voglia di vivere! La vecchiaia ha colpito i loro corpi, li ha intrappolati in un involucro decadente, ma sembra non aver poi tanto invecchiato le menti. Hanno tutte una gran voglia di divertirsi, di gioire dei piaceri semplici della vita quale il mangiare, il bere e il godere della reciproca compagnia. Perché nella casa al centro di Roma, è Gianni, il più giovane della compagnia, a sembrare il più stanco, il più disilluso, il più passivo di fronte alla vita. Le anziane signore non si sono arrese alla tirannia del tempo, chiacchierano, si raccontano i loro ricordi, i loro amori, si fanno compagnia ed emanano gioia.

E quando appaiono i titoli di coda viene naturale domandarsi: ma la vecchiaia che cosa è?

In un mondo dove essere sempre giovani e belli, scattanti e veloci, sembrano i valori più importanti,  è da apprezzare il coraggio del regista –sceneggiatore che ci racconta questa storia semplice dove i personaggi, vecchi e forse non più belli (anche se i visi rugosi alle volte conservano un fascino particolare, ma diverso) lenti e indolenti, godono del tempo senza inquietudine.

È vecchio colui che ha un certo numero di anni, che ha un viso pieno di rughe, mani deformate dall’artrite, o colui che non ha più voglia di gioire della vita?

Il film è anche una riflessione sulla condizione degli anziani nella società, spesso rimasti da soli perché vedovi e o vedove,  emarginati in qualche modo, considerati un peso per  le famiglie dei parenti che li ospitano o che  si curano di loro. L’amministratore paga una cifra astronomica, pur di avere due giorni liberi, e vediamo che non raggiunge la sua famiglia alle terme come dice a Gianni, ma si allontana in decappottabile con una bella ragazza giovane al fianco. Il medico Marcello, ligio al suo dovere di figlio medico, che gestisce le medicine della madre in modo eccellente, promette di riprenderla per mezzogiorno, ma che poi chiama a pranzo finito. Ed infine Gianni, succube di una madre un po’ despotica, accetta di tenere le anziane signore solo per soldi, non certo che affetto. E se la battuta finale di Gianni che dice, dopo aver preso i soldi al termine del pranzo di Ferragosto, annuendo e sciogliendosi in un sorriso: “Stasera però cuciniamo qualcosa di leggero, un brodino vegetale!” ci fa ridere, ci lascia anche con l’amaro in bocca.

In una società in cui il numero di anziani cresce ogni anno, perché non si può pensare al mondo della terza età come un universo ancora vitale e gioioso, popolato di persone capaci di apprezzare la vita, di amare e di rendersi utili?

“Il pranzo di Ferragosto” è stato acclamato al festival di Venezia dove ha vinto il Leone del futuro, ha vinto il David di Donatello per miglior regia di esordiente, e die Ciak d’oro per miglior opera prima e miglior sonoro in presa diretta. Non possiamo che concordare con le giurie di questi premi:  in effetti questa tenera commedia è un piccolo gioiello del cinema italiano.

 

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INNERSPACE – SALTO NEL BUIO – review by CLAUDIA MARINELLI

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Regia: Joe Dante
Soggetto: ispirato al film “Viaggio allucinante” del 1966 e all’omonimo  romanzo di Isaac Asimov
Sceneggiatura: Jeffrey Boam
Montaggio: Kent Beyda
Scenografia: James H. Spencer
Fotografia: Andrew Laszlo
Musica: Jerry Goldsmith,  John Crawford
Effetti spciali: Al Broussard
Genere: Commedia – fantascienza
Cast: Martin Short, Meg Ryan, Dennis Quaid, Fiona Lewis, Kevin McCarthy, Robert Picardo
Produzione:  Michael Finnel e Steven Spielberg – U.S.A. 1987
Durata: 112 minuti
Premi: oscar per gli effetti speciali

Nel 1965 la 20th Century Fox commissionò ad Isaac Asimov un romanzo dal titolo “Fantastic Voyage” (in italiano “Viaggio allucinante”), che doveva essere la trasposizione letteraria dell’omonimo film di Richard Fleischer. Il libro uscì sei mesi prima del film ecco perché alle volte si è erroneamente ritenuto che il film fosse tratto dal libro del famoso scrittore di fantascienza.

Nel 1987 Jeffrey Boam, che scriverà la sceneggiatura di “Indiana Jones e l’ultima crociata” qualche anno dopo, si ispirò al film del 1966 per scrivere la sceneggiatura di questa esilarante commedia di fantascienza, che diventò un lungometraggio prodotto da Michael Finnel e Steven Spielberg e diretto da Joe Dante.

Tuck Pendelton (Dennis Quaid), scanzonato e scapicollato collaudatore d’aerei, si dimette dal suo incarico per partecipare a un  rivoluzionario esperimento: si farà miniaturizzare insieme a uno speciale sommergibile, sarà trasferito in una siringa e poi iniettato in un coniglio, per studiare il corpo della cavia dall’interno.

Il laboratorio però è attaccato dalla cricca di criminali con a capo la scienziata senza scrupoli Margaret Canker (Fiona Lewis) che vuole i microchip capaci di miniaturizzare e reingrandire gli oggetti e le persone,  per rivenderne la tecnologia, proprio mentre Tuck e il sommergibile vengono aspirati nella siringa. Il direttore dell’esperimento Ozzie Wexler (John Hora) scappa con la siringa, ma è inseguito e  fatalmente colpito da un sicario di Margaret in un centro commerciale. Proprio prima di morire Ozzie riesce a iniettare  Tuck  nel corpo di Jack Putter (Martin Short), un ipocondriaco e imbranato commesso di un supermercato,  in quel momento al centro commerciale.

L’attrezzatura del sommergibile permette a Tuck di connettersi al nervo ottico  e all’orecchio interno del commesso così da vedere attraverso i suoi occhi e a comunicare con lui. Tuck capisce che, per ragioni ancora a lui ignote, è all’interno del corpo di un uomo. Quando Tuck parla a Jack quest’ultimo prima pensa di essere diventato matto, poi di essere posseduto, infine si convince a collaborare con Tuck, anche perché l’aria nel sommergibile è limitata e se Tuck non uscirà in tempo morirà asfissiato.  Jack deve dominare le sue paure per raggiungere il laboratorio dove è stato fatto l’esperimento e dove i due apprendono che i criminali hanno rubato il microchip necessario al re ingrandimento del sommergibile. Tuck  chiede a Jack di trovare la sua ex fidanzata Lydia (Meg Ryan), giornalista di successo, con la quale ha avuto una storia alquanto burrascosa, finita un paio di mesi prima. Jack riesce a convincere Lydia ad aiutare lui e Tuck. I due si lanciano all’inseguimento dei criminali col microchip,  mentre i criminali già stanno cercando Jack per recuperare il sommergibile e Tuck  in quanto hanno scoperto che Tuck è stato iniettato nel suo corpo. Lydia si mette sulle tracce del Cowboy (Robert Picardo), sospettato di comprare e rivendere tecnologia segreta, che deve incontrarsi con Margaret Canker e la sua banda. Jack si farà coraggio e  metterà k.o il cowboy anche perché pensa che possa molestare Lydia, del quale si sta prendendo una cotta. Con la tecnologia a disposizione nel sommergibile Tuck riesce a controllare i muscoli  facciali di Jack e a farlo somigliare al Cowboy, per poter incontrare i criminali e rubar loro il microchip. Jack però durante l’incontro è troppo nervoso e ritrova le sue vere sembianze, così viene preso insieme a Lydia dalla Canker. Il commesso infine, ormai invaghito di Lydia, che però è ancora innamorata di Tuck, vince le sue paure e la sua timidezza, riesce a liberarsi e a scappare insieme alla giornalista. I due insieme rubano il microchip, ma prima di andarsene dal laboratorio della Cranker riducono tutta la banda di Margaret del 50%. Infine a tutto gas raggiungono il laboratorio e riescono ad  estrarre Tuck dal corpo di Jack e a riallargarlo     qualche secondo prima dell’esaurimento dell’ossigeno.  

Ritroviamo Tuck e Lydia appena sposati che stanno partendo per il loro viaggio di nozze. Tuck porta i microchip al posto dei gemelli della camicia. Jack, ormai sicuro di sé, riconosce il cowboy alla guida della limousine degli sposi e si lancia all’inseguimento della banda criminale anche se ridotta del 50%.

Se “Viaggio allucinante” era una drammatica avventura di fantascienza dove l’equipaggio della navicella miniaturizzata doveva salvare uno scienziato in coma, “Salto nel buio” è un’esilarante commedia di fantascienza che affonda le radici della comicità sull’idea della simbiosi.

La brillante sceneggiatura è una “macchina” ben oleata che “risucchia” lo spettatore in un mondo fantastico, come ogni buon film deve fare.   

Tuck e Jack non potrebbero essere più diversi, sia fisicamente sia di carattere. Entrambi però per salvarsi da morte certa devono accettarsi, imparare a conoscersi, dialogare, scambiarsi importanti informazioni. L’esperienza li cambia entrambi in uomini migliori.

Jack, interpretato brillantemente da Martin Short,  di media statura, non è particolarmente bello, manca di fascino anche se il fisico esile e scattante in qualche modo comunica simpatia.   Lo vediamo per la prima volta dal suo medico e capiamo al volo che è un timido ipocondriaco, abbastanza imbranato, nevrotico, con mille paure e un lavoro mediocre.

Tuck invece è un gran bell’uomo, affascinante, alto, muscoloso, con un sorriso accattivante. Ha un lavoro rischioso che ama fare.  Lo vediamo per la prima volta sbronzo e in uniforme, con quattro medaglie attaccate alla giacca, dunque un eroe, ma un eroe egocentrico. Sta offendendo con il suo inadeguato comportamento gli altri ufficiali presenti a una festa per piloti. È coraggioso e scapestrato sicuramente molto intelligente, ma superficiale nei suoi sentimenti. Sa di piacere alle donne e di avere un forte ascendente su di loro, e questa sua sfrontatezza gli allontana l’unica ragazza che ha amato.

Dal forte contrasto di queste due personalità in simbiosi nasce la comicità del film. Come farà l’imbranato Jack a salvarsi con dentro al suo corpo l’esuberante Tuck, e a salvare quest’ultimo?

Jack  è restio  a fare ciò che Tuck gli ordina, ma non ha altra scelta se si vuole salvare: deve cambiare e superare le sue paure. Lydia lo ammalia, ma Tuck gli insegna a non farle prendere il controllo della situazione e lui impara a gestire il rapporto con l’atro sesso ascoltando i consigli di Tuck, ma filtrandoli con la sua natura fondamentalmente gentile.

Tuck non ha altro modo per convincere Jack che è dentro il suo corpo che  le maniere forti, ma non riuscirà a fargli ripetere gli improperi che lancia quando entrambi saranno al laboratorio e dovrà promettere di non causare dolore fisico al corpo che lo ospita.  Jack lo obbliga a riflettere sull’esperienza unica che sta facendo: vedere parti di sé che nessuno potrà mai vedere. Il commesso gli ricorderà quei piccoli difetti di Lydia che la rendono unica e bellissima ed infine sarà lui a “smontare” l’arroganza di Tuck dicendogli che Lydia si merita un ragazzo migliore. Tuck si arrabbia ma per la prima volta si vede attraverso gli occhi di un altro e si mette in discussione.

Alla fine del film, dopo rocamboleschi inseguimenti nel mondo all’esterno e viaggi perigliosi all’interno del corpo umano, i due personaggi saranno cresciuti e cambiati per sempre in meglio.

Questa commedia aveva bisogno di interpretazioni capaci di valorizzare gli incalzanti dialoghi e la scelta degli attori non poteva essere più riuscita.

Bravissimo Martin Short che, nonostante le situazioni assurde dove il suo personaggio viene catapultato,  non è mai sopra le righe rimanendo credibile dall’inizio alla fine. Indovinata la scelta di Dennis Quaid per interpretare Tuck, sia per il suo aspetto fisico sia per il suo sorriso particolare che lo rende simpatico a prima vista. L’incantevole Meg Ryan, all’inizio della sua carriera,  mantiene la sua eleganza e distinzione pure interpretando  alla perfezione un ruolo comico.

Una menzione speciale si deve alle splendide se non sbalorditive ricostruzioni degli organi del corpo umano, visti da occhi piccoli quanto una cellula, e al sorprendente quanto accurato e plausibile viaggio della navetta all’interno di essi e dei loro misteri: i ritmi delle pulsazioni del cuore che seguono i sentimenti del suo proprietario, la tempesta del mare di succhi gastrici, il tetto di cellule di grasso, le corse dei globuli rossi, quasi dei cavalli al galoppo. L’oscar per gli effetti speciali è stato meritato.

Una commedia fantastica, dunque, divertente che ci permette di saltare a piedi pari nel mondo della fantasia e forse  di fermarci poi a riflettere, dopo aver palpitato e riso insieme ai personaggi, sul nostro bellissimo, affascinante e ancora incredibilmente misterioso corpo umano.

Director: Joe Dante
Story: inspired by1966 movie “Fantastic Voyage”  and Isaac Asimov’s novel with the same title.
Screenplay: Jeffrey Boam
Editing: Kent Beyda
Art direction: James H. Spencer
Fotography: Andrew Laszlo
Music: Jerry Goldsmith,  John Crawford
Special effects: Al Broussard
Genre: Comedy – Science fiction
Cast: Martin Short, Meg Ryan, Dennis Quaid, Fiona Lewis, Kevin McCarthy, Robert Picardo
Produzione:  Michael Finnel e Steven Spielberg – U.S.A. 1987
Length: 112 minutes
Oscar for the special effects
 

In 1965 20th Century Fox  commissioned Isaac Asimov to write a novel whose title had to be “Fantastic Voyage”, a literary account of Richard Fleischer’s movie. The book was released six months before the film,  and this is why it is often believed that the long feature was inspired by the famous science fiction’s novelist.  

In 1987 Jeffrey Boam (who wrote “Indiana Jones and the Last Crusade a few years later) drew on the 1966’s movie to write the screenplay of “Innerspace” a exhilarating science fiction comedy.

 Disgraced test pilot Tuck Pendelton (Dennis Quaid), resigns  to participate in a top secret government experiment: he will be miniaturized inside a special submarine and will be first transferred into a syringe, then injected into the body of a rabbit to study the animal. Tuck carries the microchip that enables him to re-enlarge.

A band of criminals, spearheaded by the scientist Margaret Canker (Fiona Lewis) attacks the lab where the experiment takes place as Tuck in his submarine have just been transferred into the syringe.  Margaret wants the microchips that can miniaturize and re-enlarge  objects and people. The experiment’s director Ozzie Wexler (John Hora) manages to escape with the syringe, but the criminals chase him and strike him dead in a mall. Before dying Ozzie manages to inject Tuck into Jack Putter’s (Martin Short) body. Jack is an hypochondriachal, clumsy cashier in a supermarket, that happens to be at the mall at that very moment.

The submarine equipment allows Tuck to connect with Jack’s eyes and ears and he soon can see with his host’s eyes and hear through his ears. Tuck understands that, for unknown reasons to him, he’s in a man’s body. Tuck starts talking to Jack  who is very worried about the voice he hears inside his body. Jack first thinks he’s crazy, then possessed, and finally Tuck convinces him to collaborate, for the oxygen in the submarine is limited and if Tuck can’t get out of Jack’s body in time, he’ll re- enlarge and they’ll both die. Jack must dominate his fears to reach the lab  where the experiment took place. The two men learn that a band of criminals stole the microchip that miniaturized Tuck. The pilot asks Jack to look for his ex girl friend, Lydia (Meg Ryan), a successful journalist, with whom the pilot was involved in a controversial relationship. Jack finds Lydia and manages to convince her to help him and Tuck.  The three of them start looking for  the criminals and the microchip, but  Margaret Cranker is already chasing them, for she has discovered that Tuck is inside Jack’s body. Lydia follows the Cowboy (Robert Picardo), who might buy and sell secret technology, because he might meet with Margaret Canker and her band. Jack, who is falling for Lydia, will have to be courageous to fight and tie the Cowboy up, and he also fears he might annoy Lydia. With the submarine technology’s help  Tuck  manages to control Jack’s facial muscles and make him look like the Cowboy to attend the meeting with Cranker in his place, and steal the microchip. Unfortunately Jack is too nervous, he  can’t control his muscles and he and Lydia are caught and locked up.  Margaret miniaturizes one criminal and injects him into Jack’s body to look for Tuck, kill him and steal the microchip necessary for the re-enlargement. As Jack is  about to be injected again with a new criminal miniature, Lydia manages to free herself, free Jack and lock up all the criminals in the miniaturizing chamber where, with the cashier’s help, she reduces them, with the just stolen microchip, to 50% of their size. Finally Jack, who has fallen in love with Lydia, who’s still in love with Tuck, overcomes his fears  and his shyness, and rushes to the lab, as Tuck fights and overcomes the criminal that was placed into Jack’s body. They finally reach the laboratory and Tuck is extract from Jack’s body. 

We then see Tuck and Lydia just married, they’re leaving for their honeymoon. Tuck wears the microchips as shirt cuffs.  Jack is now self confident, and recognizes the Cowboy as the limousine’s driver, so he starts chasing the criminal band again while it’s reduced to 50%.

 

 “Fantastic Voyage” is a dramatic adventurous  science fiction story where  the ship’s miniaturized crew had to save a scientist from coma.  “Innerspace” is an exhilarating science fiction comedy that relies on the symbiosis idea to make us laugh.  

The brilliant screenplay is a very well oiled “machine” that raptures the spectator in a fantastic world, as any good movie should do.    

Tuck and Jack couldn’t be more different: they have different bodies as well as opposite  personalities. In order to save themselves they have to learn to accept each other, to know each other, talk,  exchange important information, and finally like each other. The experience will change them both into better men.

Jack, a brilliant Martin Short, is not too tall, not too handsome, he lacks charm, although his thin and nimble body somehow communicates empathy. We see him for the first time at his doctor’s office and we understand right away that he’s a shy hypochondriac, pretty clumsy, neurotic, with many fears and a mediocre job.

Tuck on the contrary is a very handsome man, full of charm, he’s tall, has good muscles, and a beautiful smile. The job he loves makes him take risks  all the time. We see him for the first time drunk, in a uniform with four medals on the jacket, so we know he’s a hero, but an egocentric hero. With his inadequate behavior, he offends other officers present at a party for pilots. He’s courageous, very intelligent but with superficial feelings.  Women love him, but this side of his personality pushes away the only woman he ever loved.   

The  movie humor comes from the contrast between these two personalities that must live in symbiosis. How will the clumsy Jack manage to save himself with the exuberant Tuck inside him?

Jack doesn’t want to do whatever Tuck orders him to do, but he has no choice if he wants to live: he must change and overcome his fears. Lydia enchants him, but Tuck teaches him to take control of the situation, he learns then  to manage his relationship with a woman by listening to Tucks’ advice, and he filters it through his gentle nature.  

Tuck  at the beginning has to convince Jack to collaborate, but he won’t be able to make Jack repeat his bad language when they reach the laboratory,  and is obliged to promise his host that he won’t hurt his  body. Jack causes Tuck to think about himself, and the unique experience he’s having: he can actually see parts of Jack’s body that Jack will never be able to see himself. The cashier will remind Tuck of Lydia’s little behaviors,  that make her unique and beautiful, and finally he will counter the pilot’s arrogance by telling him he doesn’t deserve Lydia. Tuck gets angry but for the first time he can see himself through the eyes of somebody else and starts reconsidering his values.   

At the end of the movie, after tremendous chases in the external world, and  dangerous trips inside the human body, the two characters will have grown and changed forever into better men.

The movie needed brilliant acting performances  that could  enhance the pressing dialogues, and we can only agree with casting for the choice of actors, perfect for the characters.   

Martin Short is very funny but, although his character has to live absurd and surreal situations, he’s never over the edge, he’s credible until the end. Dennis Quaid is perfect as Tuck, for his physical aspect, and for his special smile that makes the public like him right away. Charming Meg Ryan, at the beginning of her career, moves with tact and class through the whole movie without taking anything away from the funny side of her character.

We also have to mention the splendid and astounding reconstructions of the  human body’s organs, seen through eyes as small as a single cell. The voyage through the human body not only is plausible  but very accurate and opens our minds to the mystery of the inner body: the heartbeats’  rhythm, that follow the person’s feelings, the tempest of gastric fluids,  a scary dark sea, the roof of fat cells,  and the racing red cells,  that look like running horses. The movie deserved to win the Oscar for special effects.

“Innerspace” is a fantastic, funny comedy, that allows us to jump with both our feet into the beautiful and  fantastic world of our imagination but, after having laughed and palpitated with the characters, it also might make us think about, and admire our beautiful, fascinating, and still mysterious human body.

 

 

 

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COCOON – recensione di CLAUDIA MARINELLI – reviewed by CLAUDIA MARINELLI

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Regia: Ron Howard
Sceneggiatura: Tom Benedek
Soggetto: dal libro “Cocoon” di David Saperstein
Montaggio:  Daniel P . Hanley, Mike Hill
Fotografia: Donald Peterman
Musica: James Horner
Cast: Don Ameche, Wilford Brimley, Hume Cronyn, Brian Dennehy, Jack Gilford, Steve
         Guttenberg Maureen Stapleton, Jessica Tandy, Gwen Verdon, Herta Ware, Tahnee Welch
Produzione: USA 1985
Durata: 117 minuti
Oscar: come attore non protagonista a Don Ameche

 Quasi trent’anni fa un giovane Ron  Howard, il Richie Cunningham di “Happy Days”, diresse con garbo questa favola delicata e paradossalmente spietata sulla vecchiaia.

Art (Don Ameche) Ben (Wilford Brimley) e Joe (Hume Cronyn) sono amici di vecchia data e vivono in un  bel pensionato per anziani in Florida con tanto di piscina,  attività ricreative e il Mar dei Caraibi a due passi. Joe e Ben sono ancora sposati con Alma (Jessica Tandy) e Mary (Maureen Stapleton) mentre Art è scapolo. Stanchi di frequentare sempre la piscina del pensionato, i tre amici escono alla chetichella per andare a farsi il bagno nell’elegante piscina coperta di una lussuosa villa disabitata poco distante.

Grande è  il loro disappunto quando scoprono che la villa è stata presa in affitto da Walter (Brian Dennehy) e i suoi tre cugini tra cui la bella Kitty (Tahnee Welch) per quasi un mese. Questi affittuari però non vivono nella villa, hanno infatti affittato la barca dello squattrinato capitano Jack perché li porti in mare aperto a recuperare degli involucri il cui contenuto rimane un mistero. Jack è incuriosito, ma anche molto attratto da Kitty e dunque accetta la situazione. Gli involucri vengono scaricati di notte dalla barca di Jack e portati nella piscina dove vengono aperti: essi contengono degli enormi bozzoli che i quattro cugini depositano con cura sul fondo della piscina.

I tre vecchietti continuano ad andare di nascosto a farsi il bagno nella piscina della villa e se all’inizio rimangono un po’ sconcertati nel trovare i bozzoli, ben presto si convincono che questi siano innocui, anzi l’acqua della piscina risulta più calda e il bagno ben più piacevole. Ben presto i tre vecchietti si sentono ringiovaniti, Joe addirittura completamente guarito da un brutta malattia. Riscoprono la carica sessuale persa da anni e coinvolgono le rispettive donne, che accettano il cambiamento con gioia e stupore. Anche loro vengono iniziate ai benefici della piscina.

Una notte, al largo sulla barca,  Jack attratto da Kitty la vedrà spogliarsi dalla pelle terrena e diventare un essere di luce. Impaurito cerca di scappare ma Walter, il cugino più grande, gli spiega che sono extraterrestri provenienti dal pianeta Antarea, e che sono solo venuti a recuperare venti loro amici lasciati sulla Terra diecimila anni prima, quando Atlantide sprofondò negli abissi dell’oceano. Jack si convince a mantenere il segreto e i quattro cugini continuano le loro immersioni. Un giorno rientrano più presto del solito con il loro cargo e i vecchietti che se la stanno spassando in piscina, devono nascondersi in tutta fretta. Così scoprono la vera natura degli affittuari, ma promettono loro di mantenere il segreto.

Purtroppo i comportamenti degli arzilli vecchietti sono troppo “anomali” e Bernie, un altro amico che vive con la moglie nel pensionato e che è stato messo al corrente del segreto, sparge la voce dell’acqua miracolosa perché vuole fermare gli amici in quanto ritiene che i benefici siano contro natura. La piscina allora viene presa d’assalto dai pensionati desiderosi di ritrovare le forze e la salute perdute. L’affollamento impoverisce l’acqua e due antareani nei bozzoli muoiono. In tutta fretta i cugini devono riportare i rimanenti bozzoli in mare perché ormai non possono sopravvivere al viaggio. Walter però, che per la prima volta prova dolore vedendo morire un suo simile, sviluppa empatia per gli esseri umani e propone loro di portarli su Antarea, dove potranno vivere in buona salute per sempre. I tre amici e le tre loro compagne accettano l’offerta, anche se per Ben questo significa lasciare l’amato nipotino. C’è posto per trenta persone sulla nave aliena e il gruppo di vecchietti lasciano convinti l’ospizio, anche se la polizia sembra volerli fermare. Bernie saluta i suoi amici, ha deciso di non partire in quanto accetta di morire, anche se la sua amata moglie lo ha lasciato  all’improvviso.

Il personale del pensionato scopre che gli anziani vogliono andarsene con persone sconosciute e chiama la polizia che insegue il battello dove stanno gli alieni e i terrestri, ma la navicella riesce a prenderli tutti e parte per il suo viaggio intergalattico.

Cocoon è una favola sulla vecchiaia nella nostra società opulenta, e sulla nostra condizione umana, raccontata con garbo attraverso l’abile e gentile regia di Ron Howard, reduce dal successo di “Splash” l’anno prima. Il film, a distanza di 27 anni dalla sua uscita, è ancora capace di farci passare due ore piacevoli, riflettendo su temi scottanti della nostra società e della nostra vita.

Gli anziani vivono in un bellissimo villaggio, hanno a disposizione cure mediche appropriate e tempestive, favolose piscine, attività di gruppo organizzate, pasti già pronti, il sole e il mare della Florida, ma sono emarginati. Solo Ben e Mary stanno vicino alla figlia e al nipotino, che vedono spesso e al quale sono affezionatissimi, ma gli altri residenti, pur avendo tante persone intorno, vivono lontani dal calore degli affetti familiari, e non hanno legami col mondo all’esterno. Il villaggio diventa così un bellissimo luogo dove aspettare la morte. Certo l’attesa è piacevole e confortevole, anche perché alcuni hanno ritrovato lì amici di vecchia data, ma si tratta pur sempre di attesa della fine. Quando la morte porta via un residente, gli altri hanno imparato a ignorarla.

Nelle nostre società opulente si vive sempre più a lungo, ed è stata una scelta vincente quella dell’umanità di puntare sulla “quantità” di vita. Per un bambino che nasce oggi si parla di una speranza di vita di cento anni. Purtroppo alla “quantità” non corrisponde sempre una “qualità” di vita che permetta alle persone di vivere così a lungo anche in buona salute e in modo produttivo. Spesso gli anziani, come Art, Ben e Joe, sono vecchi nel fisico, ma hanno ancora una mente giovane e accettano male le limitazioni che il corpo impone loro. La soluzione al problema sembra non poter essere umana. I bozzoli allora altro non sono che una nuova versione del tanto agognato elisir di lunga vita, impossibile da trovare sulla Terra. L’immortalità non appartiene a questo mondo, per ottenerla bisogna pagare un prezzo: rinunciare alla nostra umanità.

È giusto?

Il film pone la domanda ma dà due risposte.

Per il gruppo di anziani che lasciano la Terra il prezzo da pagare sembra giusto e non solo a coloro che non hanno più niente da perdere, anche per Ben e Mary, che lasceranno la figlia e il nipotino, la scelta non è molto drammatica. Bernie invece, anche se è rimasto solo perché sua moglie Rose è morta, decide di non partire: “La mia casa è questa, il mio posto è qui.” Risponde agli amichi che gli chiedono il perché della sua scelta. Lui ha accettato la sua condizione umana di essere mortale e limitato, trova giusto proprio perché è uomo, di dover morire, ma augura agli amici di trovare ciò che cercano.

Questo film, forse all’insaputa dello sceneggiatore e del regista, annuncia già nel 1985, quesiti morali attuali e importanti che ci dobbiamo porre di fronte ai nuovi traguardi delle biotecnologie: fino a che punto è giusto manipolare il corpo umano per allungare la vita? Se l’immortalità è raggiungibile solo spogliandoci della nostra umanità, è giusto ambire ad un tale traguardo? Vi sono eminenti personalità della comunità scientifica, come ad esempio Ray Kurzweil, che affermano che presto si fonderà l’intelligenza biologica con quella artificiale, e l’uomo potrà ambire alla vita eterna in quanto potrà rimpiazzare, man mano che si deterioreranno gli organi del suo corpo incluso il cervello, le parti vecchie con congegni artificiali non biodegradabili.

L’elisir di lunga vita lo troveremo dunque impiantando nel nostro corpo congegni avveniristici?

Interessante, come tematica secondaria, è la riflessione sul dolore e la perdita. Gli alieni non conoscono la morte e dunque neanche il dolore per la perdita di un loro simile. Walter è molto arrabbiato perché l’invasione di vecchietti nella piscina ha impoverito l’acqua e due amici dell’antareo muoiono. Per la prima volta Walter piange ed è un’esperienza nuova per lui, dolorosa ma anche illuminante. Solo dopo aver provato dolore comincia a provare empatia per gli esseri umani. Se non si muore, non si soffre neanche e se non si soffre non si può capire la sofferenza e Walter è addolorato per i suoi amici, ma anche grato per aver avuto la possibilità di capire un sentimento che sul suo pianeta non avrebbe mai avuto l’occasione di provare, dunque offre agli umani di portarli su suo pianeta. L’empatia dunque sarebbe un sentimento che gli esseri umani imparano appena nascono proprio perché sono mortali.

Gli interrogativi posti e il modo di raccontare la storia sono i punti forti di questo lungometraggio, che però si perde un po’ alla fine quando vediamo l’intervento della polizia che vuole a tutti i costi fermare i vecchietti che si vedono costretti a scappare. La sceneggiatura allora diventa, negli ultimi dieci minuti, un film d’inseguimento con tanto di poliziotti armati ed elicotteri, nella tradizione hollywoodiana più “di cassetta”.

Possiamo comunque affermare che “Cocoon”, come un buon film di fantascienza, pone interrogativi inquietanti e anche affascinanti, e lo fa facendoci sorridere e regalandoci ore di puro divertimento, e per fortuna segue la tradizione più profonda del genere, che è quella di interrogarsi sul nostro futuro e di esprimere le più profonde aspirazioni e le più inquietanti paure del genere umano.

Director: Ron Howard
Screenplay: Tom Benedek
Based upon the novel “Cocoon” by David Saperstein
Editing:  Daniel P . Hanley, Mike Hill
Photography: Donald Peterman
Music: James Horner
Cast: Don Ameche, Wilford Brimley, Hume Cronyn, Brian Dennehy, Jack Gilford, Steve
         Guttenberg Maureen Stapleton, Jessica Tandy, Gwen Verdon, Herta Ware, Tahnee Welch
Production: USA 1985
Length: 117 minutes
Oscar  to Don Ameche as best supporting actor
 

Almost thirty years ago a young Ron  Howard, former Richie Cunningham in “Happy Days”, gently directed this delicate and beautiful tale about getting old.  

Art (Don Ameche) Ben (Wilford Brimley) and Joe (Hume Cronyn) are long life friends. They live in an assisted living – resort in Florida with beautiful swimming pools, recreational activities, and the Caribbean  sea nearby. Joe and Ben are still married to Alma (Jessica Tandy) and Mary (Maureen Stapleton),  Art is single. Tired of using the resort pool, the three friends sneak out of the facility to bathe in the luxurious indoor pool of a beautiful empty villa nearby. 

Great is their disappointment when, one day, they discover that the villa has been rented for almost a month  by Walter (Brian Dennehy) and his three cousins. One of them is  the pretty Kitty (Tahnee Welch). The tenants don’t live in the villa because they also rented Captain Jack’s boat to sail in the open sea and recover, from the bottom of the ocean, some big and strange shells, whose contents are mysterious. Jack is curious about the cargo but accepts the situation because he’s broke and also very attracted to Kitty. The recovered shells, that really look like big cocoons, are brought ashore during the night and the cousins carefully move them to the bottom of the pool.

During daytime the three old friends keep using the indoor pool, in fact they are a little bewildered when they discover the cocoons in the pool, but they soon convince each other that the cocoons can’t be dangerous. In fact the water is warmer and very pleasant. Soon the three friends start feeling better, stronger and healthier. Joe finds out, when visited by a doctor, that his cancer has disappeared and all of them rediscover the joy of sex with their women. The women accept the change with amazement and joy and the men initiate them to the joy of the pool.   

One night in the open sea Jack, very attracted to Kitty, discovers that when alone in her cabin, she takes off her earth skin to become a  creature of light. The captain is scared and wants to run away but Walter, the eldest of the four cousins, explains to him that they are aliens coming from the planet Antarea to rescue 20 friends left at the bottom of the ocean 10,000 years ago when Atlantis sank into the sea and they had to hurriedly leave the Earth.  Jack  agrees to keep the secret and the four cousins keep on diving to rescue the cocoons. One day the boat comes back earlier to the shore with its cargo, disturbing  the three old friends that are bathing in the pool. They must hide fast and, as soon as the cousins take away their earth skins, Art, Ben and Joe discover  the true nature of the tenants as well. They promise though to keep the secret.  

Unfortunately their new healthy behavior  is really too abnormal, and Bernie, another friend that lives with his wife in the resort, learns about the secret of  Art, Ben and Joe and talks about the benefits of the pool, because he wants to stop his friends from going there, for he believes the benefits are not “natural”. Soon the other old residents learn about the benefits of the water and invade the pool looking for a recovered health and youth.  The crowd drains out the water force and two aliens in their cocoons die. The cousins have to rush and bring back the cocoons into the ocean because they could never survive the journey home now. Walter, for the first time in his life, feels the pain of the loss of  his friends and  starts to feel empathy for human beings that are condemned to die. He  then offers to bring 30 human beings to Antarea, where they’ll never die. The three friends and their partners accept, even though for Ben and Mary this will mean leaving their daughter and their  beloved grandson. The group of old people board Jack’s boat to meet the alien spaceship out in the ocean. Bernie says good bye to them because he feels his place is on Earth and he won’t follow the group.  

The assisted living security guards discover that the residents  are leaving the facility and call the police, they try to stop Jack’s boat as it encounters the alien spaceship, but they fail. Everyone then boards the spaceship and  leaves for the sky.  

 

Cocoon is a graceful, tactful, respectful tale about old age in our wealthy society, and a sort of meditation on our human condition. Ron Howard, who had successfully directed the movie  “Splash” the year before, repeated the venture: after 27 years this long feature can still provide two joyful hours of entertainment, besides raising important issues in our lives and our society.   

The old Art, Ben and Joe live in a  luxurious home, they are provided with excellent medical care, fabulous swimming pools,  fun group activities, cooked meals, the Florida sun and the Caribbean sea, but they are marginalized. Only Ben and Mary live near their daughter and their grandson, that they see all the time.  The other residents don’t have the warmth of any family  affection, and don’t have any link with the exterior world.  The village then becomes a very beautiful place where one waits for death.  Of course waiting is pleasant and comfortable, also because many residents meet old friends in the facility; still, it’s a wait for death to come. When death strikes someone, the other residents learn to ignore it.  

In our wealthy societies we live  much longer than ever before, and it has been a winning choice for humans beings to extend the length of the lives, the life “quantity”. For a child who is born today, statistics say that he’ll have 100 years of life expectancy. Unfortunately there is too little correspondence between “quantity” and “quality”. We live  longer but often the last part of our lives is unproductive and unhealthy. Old people like Art, Ben and Joe, have an old body, but a still young mind and  have much difficulties in accepting the limitations the body imposes on them. The solution is  untenable for it seems there is no human answer to the problem. The cocoons then are another “youth elixir”, impossible to find on Earth. Immortality does not belong to this world. If we ever could somehow in the future reach it, we’ll have to pay a price: give up our humanity.

Is that right?

The movie asks the question, but gives two answers.  

To the group of old people that leave the Earth the price seems right and not only to the ones that have nothing else to loose, but to Ben and Mary too, for they choose to live their daughter and their grandson, and the choice doesn’t  look like a tragedy. Bernie on the contrary, even if he’s alone because his wife died, decides to remain on Earth, to remain human. “This is my home, this is my place,” he answers to his friends who ask him why he doesn’t want to join them . He accepts his human condition, that makes him mortal and limited.  He feels it’s right for him, but wishes for his friends  to find what they are looking for somewhere else in the Universe.

This movie, probably without the screenwriter’s or the director’s knowledge, already announces  in 1985, important issues that we have to face as we learn about the new biotechnology goals: what limits should we place on human body’s manipulations to  make life longer?  And if immortality  can be reached only by  giving up our humanity, is that right to have it as a goal? There are very well known scientists, for example Ray Kurzweil (The Singularity is Near), who are convinced that very soon biological intelligence will be combined with artificial intelligence, so men  could eventually aim for eternal life. In this way we’ll be able to replace deteriorated organs with artificial ones, including the brain. The new body parts  will not be biologically degradable.  

Shall we find long life elixirs by implanting our bodies with futuristic devices? And what are the consequences of using bio technologies in our future society? Is there a “moral” limitation to “what men can do”? And does the “can do” necessarily mean “must do”?

The ongoing debate is very fascinating but also alarming.

The movie is also interesting in its reflection upon pain and loss. Aliens don’t know death, neither consequently, pain for the loss of someone they love. Walter gets very angry when the old  residents invade the pool, for the water becomes poor and two of his friends in their cocoons die. For the first time Walter cries, it’s a new experience for him, painful but illuminating. Only after having experienced pain himself does he start feeling empathy for human beings. If you don’t die, you can’t suffer, and if you don’t suffer you can’t  understand other people’s pain. Walter is heartbroken over his friends’ loss, but also grateful for having had the opportunity to understand a human feeling that he could have never even imagined on his own planet. Empathy  is a feeling linked to mortality.  So will giving up our humanity to live longer make people non empathic to each other?

The issues raised by this movie, and the way the story is told are the very positive things about this movie.  It  unfortunately  loses its grip towards the end when we see the police coming into the story to stop  the old residents  from leaving Earth. During the last ten minutes the screenplay becomes a  classical “Hollywood” movie with police chases, and  of course guns and helicopters.

Cocoon is nevertheless a good  science fiction movie that poses, following good science fiction tradition, important and fascinating questions about our future, our deepest  aspirations, as well as our deepest fears.

 

 

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ROXANNE – recensione di CLAUDIA MARINELLI

Regia: Fred Schepisi
Sceneggiatura: Steve Martin
Soggetto: ispirato a  “Cyrano De Bergerac” di Edmond Rostand
Musica: Bruce Smeaton
Montaggio: John Scott
Costumi: Jeffrey Kurland
Fotografia: Ian Baker
Cast: Steve Martin, Daryl Hannah, Shelley Duvall, Michael J. Pollard, Fred Willard, Michael J. Pollard, Rick Rossovich
Genere: Commedia
Produzione: U.S.A. 1987
Durata: 105 minuti
Nomination: Steve Martin ai Golden Globe nella categoria “miglior attore in un film commedia o musicale”

Alle volte il teatro va al cinema, e alcuni sceneggiatori e registi decidono di portare sul grande schermo le opere di grandi drammaturghi, Sheakespeare è uno tra i prediletti.

“Roxanne” è la trasposizione ai nostri giorni della famosa opera teatrale di Edmond Rostand, “Cyrano De Bergerac”, scritta alla fine dell’Ottocento, ma ambientata durante il regno del Re Sole.Siamo nella deliziosa, accogliente e tranquilla località sciistica di Nelson, nello stato di Washington (il film però è stato girato nella  British Columbia), composta di casette unifamiliari, i cui tetti  fanno capolino tra le mille sfumature di verde della fitta coltre, che copre le montagne della regione. La cittadina dove si svolge la vicenda sembra avere una sua personalità.

L’estroso, intelligente e colto pompiere capo D.C. Bales, Charlie, ha un naso enorme che porta con orgoglio a spasso per le strade della cittadina, come a sfidare chiunque voglia prenderlo in giro.  E non è tenero con chi lo fa. Roxanne, una studentessa di astronomia, è arrivata in città per l’estate e ha affittato la casa di Dixie, un’amica del pompiere.

Tra Roxanne e Charlie s’instaura subito una facile amicizia ma, qualsiasi implicazione sentimentale da parte di Charlie viene interrotta dall’arrivo del pompiere Chris, Rick Rossovich, belloccio, goffo e stupidotto, che cattura subito l’attenzione di Roxanne. Purtroppo Chris è un impacciato maldestro e Roxanne, non capendo perché la eviti, chiede aiuto a Charlie per avvicinare il suo collega pompiere.  Charlie è deluso ma parla con Chris, che gli svela il suo segreto: è completamente negato in quanto a rapporti con l’altro sesso. Charlie allora gli suggerisce di scrivere alla bella. 

Ma se Chris non riesce a parlare alle donne, riesce ancora meno a scrivere e così è Charlie che scrive a Roxanne firmando col nome di Chris.  Roxanne in un primo momento è sorpresa dalla lettera, ma ciò che vi è scritto è così romantico che ne rimane affascinata. Segue un primo incontro tra Roxanne e Chris, fornito di auricolari con i quali Charlie gli suggerisce cosa dire a distanza. Tutto va per il meglio fino a quando gli auricolari smettono di funzionare e Chris rivela la sua vera natura con delle battute irrispettose. Roxanne offesa, lo caccia e sarà Charlie, la sera, parlandole nascosto tra gli alberi del giardino e fingendosi Chris, che la riconquisterà raccontandole il suo amore. Chris passerà la notte con Roxanne, lasciando Charlie deluso.

La mattina seguente Roxanne deve partire  all’improvviso e, non riuscendo a salutare Chris, lascia a Charlie il suo indirizzo. Mentre Charlie scrive tre lettere d’amore al giorno a Roxanne, sempre firmandosi col nome di Chris e all’insaputa di quest’ultimo, Chris conosce una barista che gli propone  di partire con lei per la California. Roxanne conquistata dalle romantiche lettere di Charlie torna prima del previsto e il capo pompiere, che stava scrivendo l’ennesima lettera, corre ad avvertire Chris, dimenticando nel locale di Dixie, con la quale si è confidato, la lettera non finita. L’amica l’apre e legge.

Il secondo incontro tra Chris e Roxanne si rivela deludente e Chris la lascia per andare in California scrivendole un biglietto. Dixie infila sotto la porta della casa dove abita Roxanne l’ultima lettera di Charlie, e così la ragazza finalmente capisce che Charlie è innamorato di lei e gli chiede spiegazioni. Il pompiere si dichiara infine e Roxanne è arrabbiata per essere stata a letto con Chris, perché convinta dalle parole di D.C. I due litigano ma Charlie deve scappare: un incendio sta divampando in città. Dopo aver domato l’incendio Charlie torna a casa avvilito, ma ecco che appare Roxanne che, dal giardino si dichiara dicendogli prima che ama il suo naso e poi che lo ama.  Il lieto fine è così assicurato.

Perché Steve Martin ha voluto scrivere una sceneggiatura ispirandosi al famoso personaggio di Cyrano? Che cosa ha voluto dirci con questa piccola, dolce, nostalgica e divertente commedia che ha perso in parte la complessità del dramma romantico al quale si ispira, ma non per questo è diventata un’opera superficiale? Proprio perché lo sceneggiatore non ha avuto la “velleità” di eguagliare Rostand, intitolando con intelligenza la sua creazione “Roxanne”,  ci regala quasi due ore di godibile divertimento.

Si tratta in fondo di una storia “cotta e ricotta”. Un uomo intelligente ma brutto ama una bella ragazza, che però ama un uomo  bello ma stupido. L’uomo brutto aiuta l’uomo bello a corteggiare la ragazza, ma poi lei realizza di essere innamorata dell’uomo brutto.

Come ha fatto Steve Martin scrivere con queste premesse una divertente e intelligente commedia? Dando arguzia al personaggio principale, aggiungendo battute brillanti, arricchendo la trama di piccole “sotto trame” spassose, e facendo diventare il film una piccola favola che ripropone il vecchio problema della forma e della sostanza.

Charlie ha un dramma: il suo viso è sfigurato da un enorme e brutto naso. Come Cyrano, Charlie si è fabbricato un insieme di difese contro un mondo dove le apparenze sono sempre così importanti: ha sviluppato una prontezza di spirito poco comune, usa in modo eccellente l’arma della parola per ridicolizzare chi lo vuole umiliare (divertentissima la scena in cui C.D., modernizzando la tirata di Cyrano, sforna venti battute sul tema “avete un naso grande”), sa difendersi anche se deve venire alle mani (non usa la spada, ma una racchetta da tennis, beh siamo nel Wisconsin nell’anno 1987), è intelligente, colto, leale, sognatore, appassionato e anche dolce! Ma Charlie ha perso tutte le spigolosità dell’antico personaggio e vive sereno nel suo ambiente,  si è conquistato l’amicizia e il rispetto dei suoi concittadini, li ha educati a non parlare del suo naso, non è arrabbiato o deluso, ed è rimasto, nonostante la sua evidente voglia insoddisfatta di amore, una persona gentile. Perché Charlie abbia scelto di fare il mestiere di pompiere, non lo sappiamo. Forse perché riesce a sentire l’odore di un fuoco a distanza? Perché vuole aiutare la gente in caso di bisogno? Oppure era un mestiere nel quale la taglia del naso non aveva importanza per fare carriera, ed in effetti lui è diventato il capo della caserma. Se nel dramma di Rostand fin dall’inizio intuiamo che la storia “non finirà bene”, proprio perché il suo personaggio principale è tutto d’un pezzo, nel film di Schepisi, già dalle prime battute, capiamo di trovarci in una commedia romantica a lieto fine. La bravura dello sceneggiatore è evidente, ha letto e riletto il “Cyrano De Bergerac”, lo ha amato e stimato,  per poi rielaborarlo e creare un personaggio coerente e “adatto a lui”. E per scrivere la sceneggiatura forse ha usato il gioco dei “se…?”

Che cosa sarebbe successo se Cristiano fosse stato bello ma anche un po’ cafone e si fosse leggermente  tradito? Se Roxanne avesse avuto dei dubbi?  Ma soprattutto: cosa sarebbe successo se Cyrano fosse stato solo un po’ meno “tutto d’un pezzo”, un po’ meno “eroe” accettando l’umanità per quella che è? Se avesse avuto un’amica con la quale confidarsi? Rispondere a queste domande in modo coerente, soprattutto alle ultime due, ci porta con facilità al finale dallo sceneggiatore. Qual è l’episodio importante che permette il lieto fine? La lettera dimenticata da Charlie accanto all’amica Dixie. Dixie la legge e fa in modo che Roxanne la legga, perché chi trova un amico trova un tesoro e Dixie vuole bene a C.D. Cyrano non ha amici, è troppo burbero, troppo tutto d’un pezzo, troppo solo, troppo sfiduciato negli esseri umani anche solo per considerare di parlare con qualcuno del suo amore. Ma non Charlie.

Roxanne, ben interpretata dalla bellissima Daryl Hannah, è attratta dalle apparenze, ci convince quando non riconosce la voce di Charlie che dal giardino la  riconquista, dopo la brutta “gaffe” di Chris, e supponiamo che quest’ultimo, una volta entrato nel suo letto, non abbia aperto bocca. Mai un amore è stato tanto cieco.

Ma Roxanne ha dei dubbi, però la bravura di Charlie li spazza via, perché lei vuole credere alla favola. Ed è così palese che i due siano fatti l’uno per l’altra, tanto che  vorremmo dire al personaggio: “Ma non capisci che C.D. è l’uomo giusto per te?” Lei è un’astronoma, colta, di buona educazione e gentile.  Come può non essere attratta da un uomo così delicato, appassionato, semplice e simpatico? E come capiamo che oltre alla capacità di C.D. di essere brillante è anche colto e dolce? Attraverso sottili messaggi come l’arredamento della sua casa, accogliente, luminosa e piena di libri, con riproduzioni di Chagall e Arcimboldo alle pareti, e da come allena la sua squadra di pompieri al ritmo dei valzer di Strauss.

Sarà durante la litigata finale che i due personaggi principali sveleranno le loro insicurezze, pur rispettando le regole del gioco della sceneggiatura. Sono coerenti e svelano le loro fragilità, perché altrimenti non potrebbero mai rendersi conto dei loro sbagli e cambiare. “Tu volevi tutto,” grida D.C. a Roxanne. “Tutta la poesia e tutto il turbamento confezionati in un bel nasino,”  e solo dopo aggiunge “e in un super body.”

E lei è arrabbiata perché ha ceduto solo alle apparenze, ha ricommesso lo sbaglio di confondere il sesso con l’amore, come col suo precedente ragazzo. È  fragile, per giustificarsi, più a se stessa che con D.C. dice: “Io neanche lo considero di essere stata a letto con lui.” Ma la verità è che non è stata capace di andare oltre alle apparenze. La litigata permetterà a Roxanne di fare il punto e di capire chi ama e che la bellezza è qualcosa che si ha dentro, non è un concetto “fisico”. E difatti alla fine prima di dire a Charlie che lo ama, dichiarerà il suo amore al suo naso, e non solo per rassicurarlo, ma anche per inviarci il messaggio che dietro a un brutto naso si può nascondere  un bellissimo uomo.  

“Roxanne” vive una vita tutta sua per 105 minuti, è legato dal filo della “ispirazione” con il dramma di Rostand, ma il paragone con questo è impossibile, assurdo, oltre a essere sciocco. Steve Martin non ha cercato di essere realistico, e l’idea è stata vincente. Charlie, Roxanne e Chris, accompagnati da tutta la cittadina di Nelson, sono credibili perché appartengono a quel piccolo universo coerente e stravagante, condito di brillanti battute e romanticismo “rosa”, che la penna dello  sceneggiatore ha creato per raccontare questa storia. Le situazioni e i personaggi si evolvono seguendo le loro regole, con una logica ferrea, per permettere a noi, seduti in sala, di saltare a piedi pari nel mondo di questa originale e intelligente favola hollywoodiana, e sognare ancora.

Una piccola nota.

Colgo l’occasione per raccontare la mia esperienza con Cyrano. Ho letto il dramma a quindici anni, l’ho letto e riletto così bene che quando andai a vederlo a teatro, recitato dal grandissimo Jean Marais (abitavo in Francia all’epoca) mi accorsi che aveva sbagliato un paio di parole recitando la tirata dei “No grazie”. Lo spettacolo fu bellissimo e Cyrano, come scritto dall’autore, nella morte si portò solo il suo pennacchio. Trovata per me geniale di Rostand, e perfettamente coerente col personaggio.

Ho rivisto tre volte il Cyrano in Italia, ed erano delle produzioni di qualità, anche se certo, tradotto il dramma perde parte della sua bellezza linguistica (è un’opera in versi). Con mio sommo dispiacere questi tre Cyrano morivano portandosi… portandosi… …  niente di niente! Il regista aveva eliminato la battuta finale!

Una volta mi è stato spiegato che in questa maniera si era umanizzato Cyrano. Ma io vi domando: un personaggio simile ha bisogno di essere umano? E basta togliergli il pennacchio per farlo diventare più “vero”?

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